Questo non è uomo

Comincio a leggere il libro di Paolo Virno Saggio sulla negazione (Bollati Boringhieri, Torino 2013) e mi imbatto in una storia di migranti. Una vicenda che sembra essere scritta apposta, proprio nel giorno in cui polizia e carabinieri arrestano a Lampedusa il tunisino Khaled Ben Salem accusato di omicidio plurimo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e naufragio. 

Insomma, siamo appena all’inizio del primo capitolo, ma giuro che leggerò l’intero volume. Virno racconta delle peripezie cui è sottoposta la socialità umana. Narra cioè degli episodi che revocano l’ingenua empatia di base, dai litigi in amore alla sopraffazione sul posto di lavoro fino al vile asservimento. Ma il fatto più feroce accade quando l’enunciato ‘questo è un uomo’, che sintetizza l’abc della sfera pubblica, «dinanzi a un immigrato cessa di essere incontrovertibile».

La tesi è che la possibilità del non-riconoscimento di un nostro simile è sempre in agguato poiché siamo animali linguistici capaci di dire ‘no’. Letteralmente di negare quello spazio condiviso pre-linguistico e pre-individuale già garantito da una specifica conformazione neurofisiologica che fa capo ai neuroni specchio: i nervi che si attivano sia quando siamo noi a fare qualcosa sia quando osserviamo gli altri mentre la fanno. La negazione sospende questa socialità preliminare e attesta con violenza la diversità «di un arabo rinchiuso in un campo-profughi».

Virno fa di mestiere il filosofo naturalista, ma è uomo di lotta e le sue note non smettono mai di puntare il dito contro i modelli produttivi e le istituzioni oggi dominanti. Spetta, infatti, a un’azione trasformatrice degli attuali sistemi economici e politici, capitale e Stato, la chance di trattenere «la catastrofe del non-riconoscimento».

Non è solamente il tunisino “trafficante di anime” il capro espiatorio da far accomodare sul banco degli imputati. L’indiziato numero uno è la disparità di condizioni prodotta dagli attuali rapporti di forza che distribuiscono gerarchicamente potere e ricchezza e che, così facendo, abrogano il reciproco riconoscimento.

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