Sul significato politico della parola ‘no’

La storia è quella di Valeria Gentile (http://www.valigiablu.it/doc/760/non-sono-coraggiosa-sono-sarda-e-dico-no-a-questi-signori-tristi.htm). Una ragazza nomade dei nostri tempi. Cioè una di quelle che vive il mondo, lo gira in lungo e in largo, dalla Cina al Taiwan passando per il Senegal e la Palestina. E’ una giornalista precaria, una reporter free lance. A 26 anni è tornata a vivere nella sua Sardegna ed è qui che ha detto di no. Il rifiuto se l’è beccato un Resort hotel lussuoso che avrebbe voluto comperare la sua forza-lavoro, costringerla a trasferirsi dentro le mura dell’azienda, per sei mesi, a 700 euro cadauno. Lei ha negato. Ha pronunciato la paroletta ‘no’. Un insignificante, effimero, inconsistente suono palatale. Forse. La negazione linguistica è uno strumento raffinato. Pregevole. Lo sapeva bene lo scrivano Bartleby: “I would prefer not”. Dire di no è lungi dall’accettare una sconfitta. Anzi, nella partita della vita dire ‘no’ significa partire al contrattacco. Negare una cosa produce un mondo di occasioni e di possibilità che sarebbe rimasto chiuso. Negare riattizza la libertà di scelta. Negare non è un faccenda di poco conto, è un affare pubblico che coinvolge fatti e persone. Negare rimette in corsa colui che nega. Negare non annulla la cosa negata, ma la mette in chiaro in tutto il suo aspetto, felice o triste che sia. Nel caso di Valeria, molto triste, come lei stessa dà conto. Negare non dice già quale sia l’alternativa, ma fornisce la chance di cercarsela. Ecco, sì, negare è una chance. Tutti siamo in grado di giocarcela, ma in pochi osiamo farlo.

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