Rieccoci

Ci risiamo. Nel senso che siamo ancora qui, e contiamo di restarci a lungo.  Il direttore Peppe Cantarano dice che questa Scuola è un miracolo. Io credo che sia una scommessa che vale la pena di giocare. E a volte ci capita pure di puntare tutto sull’esistenza di Dio.

Continua a leggere

Annunci

Lugano, Wittgenstein: Il signor N.N. è morto ma sfonda alle comunali

da Infoinsubria

da Infoinsubria

Alle europee del 1984 l’effetto Berlinguer portò il Partito comunista italiano a sorpassare la Democrazia Cristiana. Accadde per la prima volta nella storia e fu anche l’unica. Ai punti percentuali finì con uno scarto dello 0,3, altrimenti sarebbe stato un pari a quota 33. Il segretario era già morto l’11 giugno, sei giorni prima delle consultazioni in cui correva come capolista defunto. Domenica, alle comunali di Lugano ha vinto la Lega ticinese (primo partito con oltre il 35 percento dei consensi) grazie ai novemila voti incassati dal leader Giuliano Bignasca, passato a miglior vita lo scorso sette marzo. Il rito delle elezioni resta impermeabile anche davanti al non esserci più dei candidati, poiché quel nome sulla lista è un fatto pubblico che non si annulla col trapasso di chi lo possiede. Continua a leggere

Mondo, finiscila…

Quello della fine del mondo è un sentimento specie specifico che segna la relazione degli uomini con la realtà tutt’intorno. Non è, dunque, un’emergenza ma si tratta di un aspetto regolare dell’affettività tipicamente umana. Da un lato, lo dimostrano le tante fini del mondo che si sono succedute nel corso degli anni e che già, per intenderci, al giro di boa del pimo millenio ha tenuto in ansia i medioevali e che poi all’ingresso del 2000 ha quasi strozzato in gola lo spumante ai veglioni dei postmoderni. Dall’altro, la fine del mondo va letta nella sua qualità di tratto antropologico imprescindibile per la specie Sapiens sapiens. Continua a leggere

Fatti di parole, ma niente chiacchiere

Ci sono 'pipe' e pipe

Ci sono ‘pipe’ e pipe

 

Quando si racconta di una cosa, il discorso non è la copia mimetica di ciò di cui si parla. Ogni versione che si dà di un fatto ne restituisce anche un’interpretazione, un profilo. Qualsiasi abitudine simbolica, dallo scrittore al cineasta, dall’ultimo dei cronisti all’oratore più raffinato, mette all’opera un linguaggio che non ha alcuna corrispondenza col mondo là fuori. L’ha messo in chiaro molto bene Magritte, affascinato com’è dal rapporto conflittuale fra segni (parole e immagini) e oggetti. Ecco perché, a seconda delle esigenze, conviene essere aderenti alle cose, tentare di ricucire il gap per evitare di perdersi in chiacchiere.

Quando uno è libero…

Se siamo d’accordo che la libertà oltre a essere un’idea romantica post-rivoluzione francese, impalpabile e astratta, sia anche un affare terreno, allora diremo così. Nell’epoca in cui il mondo si basa sul lavoro salariato, si dice libero colui che non lavora. Quando lavori, non sei libero. Il giorno libero è il giorno di riposo. Perfetto. Sorgono, però, fraintendimenti che provocano disagi linguistici se, nell’epoca in cui il lavoro vacilla, un amico ti chiede: “Quand’è che sei libero?”. E’ complicato rispondere a una domanda simile. Se uno è fra i protagonisti della storicizzazione della precarietà dell’esistenza bio-antropologica, poiché vive nel tempo in cui scricchiola l’istituzione che finora ha garantito il sostentamento della vita e il ritmo della libertà, questo tipo umano non sa dire se e quando è libero. Sono libero sempre. Il che vuol dire mai. Sono libero e non sono libero. La crisi del capitalismo scardina le regole della logica classica e produce linguaggi… non euclidei.

Scopelliti, la politica e la logica del mondo

Il colonnello dei Ros, Valerio Giardina

 

Mettiamola così: è un’operazione da tavola della verità. Facciamo finta di essere dei logici e che la logica innervi la trama delle cose del mondo. Ci sono i fatti, ci sono le proposizioni e i valori da assegnare alle proposizioni sono due: o vero o falso. Il Governatore attribuisca al commento di Giorgio Bocca su Reggio Calabria, datato 1992, il valore falso. «Non hanno letto le intercettazioni telefoniche dei carabinieri in cui onorevoli e mafiosi si scambiano promessi e favori? Lo sanno, le hanno lette ma a loro basta, per stare in pace con la coscienza, fare un comunicato all’Ansa». Questo scrive la penna piemontese nel libro-reportage Aspra Calabria. Ieri, ma lo si sapeva già, Scopelliti non ha riferito in Consiglio sul caso relativo alle dichiarazioni rese dal colonnello dei Ros, Valerio Giardina, davanti al giudice nel corso dell’ultima udienza del processo “Meta”. Lo annuncia il presidente della massima assemblea regionale in apertura di seduta: «Il presidente Scopelliti non ritiene opportuno coinvolgere l’aula sulla vicenda», afferma Franceso Talarico. Cioè, il presidente Scopelliti non ritiene opportuno coinvolgere la maggiore assise calabrese su una vicenda che racconta il presunto sostegno della famiglia De Stefano a lui quando era sindaco della città. Meglio la logica?

Sul significato politico della parola ‘no’

La storia è quella di Valeria Gentile (http://www.valigiablu.it/doc/760/non-sono-coraggiosa-sono-sarda-e-dico-no-a-questi-signori-tristi.htm). Una ragazza nomade dei nostri tempi. Cioè una di quelle che vive il mondo, lo gira in lungo e in largo, dalla Cina al Taiwan passando per il Senegal e la Palestina. E’ una giornalista precaria, una reporter free lance. A 26 anni è tornata a vivere nella sua Sardegna ed è qui che ha detto di no. Il rifiuto se l’è beccato un Resort hotel lussuoso che avrebbe voluto comperare la sua forza-lavoro, costringerla a trasferirsi dentro le mura dell’azienda, per sei mesi, a 700 euro cadauno. Lei ha negato. Ha pronunciato la paroletta ‘no’. Un insignificante, effimero, inconsistente suono palatale. Forse. La negazione linguistica è uno strumento raffinato. Pregevole. Lo sapeva bene lo scrivano Bartleby: “I would prefer not”. Dire di no è lungi dall’accettare una sconfitta. Anzi, nella partita della vita dire ‘no’ significa partire al contrattacco. Negare una cosa produce un mondo di occasioni e di possibilità che sarebbe rimasto chiuso. Negare riattizza la libertà di scelta. Negare non è un faccenda di poco conto, è un affare pubblico che coinvolge fatti e persone. Negare rimette in corsa colui che nega. Negare non annulla la cosa negata, ma la mette in chiaro in tutto il suo aspetto, felice o triste che sia. Nel caso di Valeria, molto triste, come lei stessa dà conto. Negare non dice già quale sia l’alternativa, ma fornisce la chance di cercarsela. Ecco, sì, negare è una chance. Tutti siamo in grado di giocarcela, ma in pochi osiamo farlo.