Desiderio senza pensiero

leonardo-dicaprio-the-wolf-of-wall-street-600x372«Un pensiero che desidera, e un desiderio che pensa, e l’uomo è un principio di questa specie». È noto che questa definizione di animale umano non appartiene alla tradizione postmoderna, sebbene l’intreccio fra razionalità e irrazionalità rischia di far intendere il contrario. L’espressione, intrinsecamente materialista, è di Aristotele che la inserisce nel VI libro dell’Etica Nicomachea. Secondo l’idea guida dell’antropologia concepita dallo Stagirita, la natura umana prevede una compenetrazione di pensiero, che è sempre pensiero verbale dunque linguaggio, e pulsioni. La porzione concupiscibile della nostra anima non è separata dalla parte razionale: le spinte volitive, che pure precedono l’accesso alla ragione e alla parola, sono rimodellate dalla sintassi e dalla semantica una volta che il pensiero sia entrato nella storia naturale. Per noi umani non esistono desideri senza pensieri né pensieri senza desideri.

Tale impostazione, decisiva nel dibattito filosofico per 2500 anni, è confutata dal cinema. La concezione dell’uomo come desiderio pensante è smentita dalla rappresentazione su celluloide del capitalismo cognitivo. Se da un lato la realtà delle cose registra l’introduzione del linguaggio nel capitale, dall’altro gli effetti di questa rivoluzione consistono nell’annichilimento del pensiero. È questo il tratto saliente della raffigurazione di Wall Street compiuta da Martin Scorsese in The wolf. Il film illustra la mutazione genetica cui incorrono i lavoratori della new economy, le cui capacità cognitive sono totalmente assorbite dal processo produttivo. I pensieri e le parole non hanno contenuto semantico, si esauriscono in formule astratte, stereotipate, meccanizzate. Numeri e chiacchiere.

Esplode invece il corpo, deflagrano i sensi, irrompono sulla scena i desideri. L’emblema dell’intera narrazione è ovviamente il broker Belfort – Di Caprio che rincorre denaro, droga e sesso. Non desideri naturalmente neutri, ma storicamente determinati dalle condizioni materiali della vita. Quelli che Belfort si concede non sono essenzialmente dei piaceri naturali e necessari, l’eterno prolungamento di una costante antropologica che risiede nell’intimità della nostra specie. Sono, invece, desideri dell’epoca, che scaturiscono da una certa configurazione del mondo, cioè dell’essere, e che in nessuno modo dipendono dal pensiero, né in senso soggettivo né in senso collettivo. Il pensiero è escluso dall’esperienza: esso non è rilevante al fine del manifestarsi del desiderio, Belfort non è un desiderio pensante.

Sullo schermo il pensiero appare solo come falsa coscienza, come ideologia del postmoderno di cui il film nel suo complesso è portatore. The wolf è lo specchio del caos contemporaneo, la fotografia del sopravvento dell’eros sul logos o, meglio, dell’eccesso di pulsione inarticolata sul pensiero ormai contraffatto, snaturato, disumanizzato. Scorsese sfida Aristotele raccontando una creatura subumana, espressione di una forma di vita incoerente con l’essenza che le compete. Ciò di cui Scorsese, però, non dà conto è che il pensiero, proprio perché è diventato l’attore principale del processo produttivo dell’età contemporanea, può prendersi la propria rivincita tanto sui desideri che lo escludono dalla vita quanto sul lavoro che lo imbastardisce.

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