M&S, le “nuove” affinità elettive

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Vi è una grossa differenza fra Goethe e la narrazione politica italiana. Lo scarto non consiste nell’abisso che pur separa il genio dell’Autore dai cervelli formato bonsai dei rappresentanti nostrani. Non è, dunque, una questione poetica, relativa cioè alla fattura delle rispettive opere: di un romanzo oppure di un’iniziativa parlamentare. Si tratta piuttosto di un fatto estetico, riconducibile alla modalità in cui le une e le altre opere sono percepite dal pubblico. La storia di Goethe provocò disgusto ai palati fini della borghesia colta e moraleggiante della Germania di inizio ‘800; l’attività dei politici italiani non desta, invece, nessuno sconcerto, è l’esito naturale della spoliticizzazione del potere.

La “sintonia profonda” fra due soggetti, a scapito di altri, esiste. Le affinità elettive si sono imposte nell’immaginario di Goethe, stabilendo un nuovo equilibrio nel rapporto eros-logos che intrecciava Edoardo e Carlotta, Ottilia e il Capitano, quindi, oltrepassando la ragione del matrimonio e aprendo al desiderio concretizzato in adulterio. Chimica e strategia raziocinante sono anche gli ingredienti principali dell’ultimo capitolo della vita pubblica italiana. Renzi, stringendo il patto sulla legge elettorale e sulla riforma del titolo V della Costituzione, ha messo a nudo la sua affinità nei confronti di Berlusconi, capovolgendo la logica del parricidio e, anzi, lasciandosi cadere fra le braccia del padre generazionale: Matteo, cresciuto nel paradigma della gestione massmediale e leaderistico-salvifica del potere di stampo berlusconiano.
Ma il segretario del Pd non ha tradito alcuna morale tradizionale. Perché la tradizione ha perso la voce, è rimasta succube e in silenzio sotto l’incedere assordante della catastrofe. L’irrigidimento della politica della rappresentanza sfocia nei governi tecnici, nelle larghe intese e nell’amore ritrovato fra i capitani delle due compagini più potenti: due capi extraparlamentari, uno perché fa il sindaco e non si è mai candidato, l’altro perché espulso dal Senato dopo la condanna in terzo grado per frode fiscale.

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