Sud e letteratura/3

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Infine la lettura del lavoro di Bruno Gemelli dal titolo “Il grande otto”. La recensione è uscita lo scorso novembre su Fatti al cubo, periodico indipendente dell’Università della Calabria: “La Calabria e l’infinito”.Leggendo il titolo ho pensato che c’entri una specie di estetica dell’infinito. Forse perché schiacciati fin troppo su noi stessi, sulle nostre faccende quotidiane, spesso assai minute e strumentali, abbiamo perso dimestichezza col “sentire” l’ampiezza tendenzialmente illimitata del mondo che ci sta tutt’attorno. L’ultimo libro di Bruno Gemelli s’intitola Il grande otto (Città del Sole Edzioni). Non è un testo di storia – come chiarisce fin da subito l’autore – ma una raccolta di memorie. Gemelli, giornalista e scrittore catanzarese, penna e animo gentili, gira in lungo e largo la Calabria, poi si ferma, raccoglie i pensieri e scrive. Annota 48 fatti, moltissimi personaggi, un album, articoli buttati giù come fossero dei post per il web. «Io i 409 comuni calabresi non li ho solo percorsi col dito sulla cartina geografica, li ho vissuti di persona» – così ricorda durante la presentazione del volume, organizzata in una libreria a Siderno settimane addietro.

Letteralmente il grande otto era il nome di una gara automobilistica che si svolgeva negli anni del dopoguerra fino al 1957. Si chiamava così perché il tracciato, Catanzaro-Cosenza-Crotone-Catanzaro-Vibo-Reggio-Catanzaro, disegnava un numero otto in grande stile. «In più – aggiunge l’autore – la Calabria stessa ha questa forma». Un titolo, dunque, che sintetizza l’intera terra che fa da ambientazione alle storie contenute nelle pagine interne, a partire da una di quelle vicende. Una parte per il tutto. Avrei voluto chiedere a Gemelli se, consapevolmente o meno, avesse riflettuto anche sul senso dell’infinito: l’otto grande messo su un fianco ne è il simbolo matematico. Non l’ho fatto perché non avevo letto il libro. Sì, sono stato un po’ codardo. Poco male, riflettiamo ora insieme.

Mi piace credere, per farla breve, che sullo sfondo della narrazione autobiografica di Bruno si stagli latente un sentimento dell’illimitato che colora la Calabria. É come se lui avesse potuto compiere il viaggio e poi raccontarlo proprio perché la Calabria non finisce col Pollino né con lo Stretto. Ma si colloca nell’ambito più vasto della storia fra Oriente e Occidente, fra greci e borboni, arabi e piemontesi, briganti e americani. È extra frontaliera non perché siamo la periferia del capitale o della legge (questi sono aspetti contingenti), ma forse perché siamo nati per non avere limiti prefissati. Per essere capaci di desiderare l’orizzonte.

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