L’iride sopra Santiago

arcobalenoIl film è già bello sulla soglia e poi ancora prima della fine quando Pablo Larrain mostra i titoli di testa e di coda sfogliati su pagine sporcate di vecchiaia. Il giallognolo colora tutta la pellicola che si sviluppa sul tenore di un noir politico e che mescola insieme immagini di repertorio di venticinque anni fa e scene girate con camere dell’epoca, senza soluzione di continuità fra realtà e immaginario. È il Cile del 1988. Il generale Augusto Pinochet indice il referendum che lo detronizzerà. In No – I giorni dell’arcobaleno sono due gli elementi decisivi fin da subito rilevabili nel titolo ma non del tutto evidenti e dispiegati nel loro carico simbolico. Il primo è la chance, finalmente da cogliere, di negare il regime militare e di re-instaurare un governo democraticamente eletto. Il secondo è l’arco policromo preso a logotipo dagli oppositori per sponsorizzare il fronte del No. Ecco l’Iride sopra Santiago. Nell’arcobaleno creato dal pubblicitario René Saavedra (Gael Garcia Bernal) ci sono le giustapposizioni dei colori degli schieramenti politici alternativi al golpe (dalla Democrazia Cristiana a quei Comunisti di cui non si deve neanche pronunciare il nome) e c’è tutta la contraddizione di questo eroe muto e solitario, guru del marketing liberista made in Usa, di un sistema dunque vicino a Pinochet, ma anticonformista a modo suo, padre di un figlio avuto con una donna militante finita nel mirino della polizia. Il segreto di No, forse, sta nell’iride rivelatrice di enigmi e ambiguità: l’arcobaleno non è il segno di una tecnica promozionale filo-egemonica e filo-capitalista, bensì, da dentro la pubblicità, diventa il simbolo della politicizzazione dell’arte contro l’estetizzazione della politica. René combatte la sua personale guerra contro il proprio datore di lavoro, che nel frattempo aiuta la campagna del  fallendo inesorabilmente, prima di tornare a produrre reclame per telenovelas. Il regista celebra la delegittimazione del rais, ma esibisce la confusione dei colori, dei linguaggi e degli affetti in una terra strappata alla comunità e sfigurata nei volti per vent’anni o poco meno.

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