Macché troiaio, è un’orgia

di William Hogarth

di William Hogarth

Nella puntata di ieri sera di Servizio Pubblico, l’ex assessore al Turismo della regione Sicilia, Franco Battiato, ha dichiarato che non gliene fregava nulla di fare il politico per Rosario Crocetta e ha poi smentito che il suo fosse un discorso di genere quando ha parlato delle troie in Parlamento. Troiaio, infatti, è un termine tecnico, che si assegna a un certo tipo di sistema in cui c’è chi si vende con chi, al netto della qualifica sessuale che gli appartiene. Tuttavia, a guardar meglio, piuttosto che covo di professionisti della svendita in cambio di posti e soldi e favori, il Palazzo tende alla struttura orgiastica. Sintesi delle contraddizioni e varo bacchico e autoreferenziale del Governo. L’orgia dà conto di un apparato più promettente del troiaio, dà l’idea di qualcosa di più sano, perfino salubre, di meno marcio e sudicio. Per capirci: la storiografia filosofica assegna all’impianto hegeliano un profilo orgiastico, visto che il termine ‘spirito’ indica la progressiva soluzione di una contraddizione e il termine ‘io’ è anch’esso un’unità di universale e particolare che appunto nello spirito, dunque nel popolo, oggi diremmo nella moltitudine, acquista la massima realtà e consistenza. Orgia in Hegel significa un che di positivo, è il pieno inveramento del mondo intero. Orgia da noi, invece, significa un che di negativo. La sintesi di Pd e Pdl, cioè le larghe intese o governissimo, non è l’esito di una virtuosa lotta, di un felice confronto, fra due soggetti che finiscono col riconoscersi reciprocamente, colmando le distanze e insieme conservando una propria autonomia, una loro identità. All’orizzonte, stando ai dati pubblici a disposizione, Tv e giornali, c’è l’ammucchiata: c’è l’inflazionato inciucio e per il Quirinale e per il Governo e per parare la caduta di Berlusconi. Dello spirito, del Paese, del pubblico, manco l’odore. Questa sì che è pura astrazione, teoria disincarnata, esangue, non quella di Hegel.

P.S. Nell’ambito dello stesso ragionamento è legittimo inserire anche il cosiddetto patto della fabbrica cui starebbero lavorando Confindustria e sindacati. Patto della ‘fabbrica’ poi che è linguisticamente desueto, anacronistico, in un epoca in cui non è più l’operaio della fabbrica tout court a essere la molla della produzione capitalista. Bensì, lo sono i lavoratori dialogici, cooperativi, immateriali, che nel gioco della creazione delle merci hanno sostituito i colleghi isolati e monologici.

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