Non sofista ma comunicatore business

Alzarsi alle sette meno dieci di una mattina grigia, farsi un caffè, cazzo le sigarette, infilarsi mezz’ora e più in metro e poi alle nove e venti avere conferma che non c’è cosa più del commerciale che faccia uso della comunicazione. Ecco allora sì che la giornata è già fatta, sì che abbiamo argomenti su cui discettare, parole da battere in un post. Già altre volte mi è capitato di ragionare intorno all’inedita e quanto mai attuale sovrapposizione di linguaggio e lavoro (l’ultima su questo blog in ordine di tempo). Ora voglio tornarci da capo, organizzando il discorso in tre punti.

Vendere comunicando. Se non c’è cosa più del commerciale che fa uso della comunicazione, al contempo occorre che sia fuor di dubbio che la vendita non è la forma più adatta dell’agire comunicativo. Stando al cuore della questione, quello del comunicare è uno degli usi del linguaggio verbale: non l’unico e neanche il più importante. Il linguaggio serve pure a bestemmiare, pregare, amare, scommettere, alzare palazzi e buttare le bombe. Dentro i meccanismi dell’economia postfordista, l’impiego comunicativo della parola viene mobilitato a vantaggio dell’impresa non solo nei circuiti distributivi e di vendita, ma fin dalla genesi dei prodotti, già in fase di produzione.

Ma quale sofistica. Una volta un mio amico, in maniera provocatoria, mi chiese se si dà il caso in cui un celebre antecedente storico di quanto oggi è sotto gli occhi di tutti sia quello dei sofisti. La risposta è no. Quelli confezionavano e vendevano discorsi come io posso offrire lezioni private. Qui, invece, diventa saliente osservare come la prassi linguistica che nulla ha da spartire con l’operosità strumentale e monologica del lavoro penetri l’economia e la riorganizzi da cima a fondo. Compresi, dunque, anche le industrie non culturali. Oggi il lavoro intellettuale agisce a tutti i livelli e in tutti i settori, rappresenta la vera novità del sistema, ed è pur sempre lavoro vivo e faticoso.

Capitale & linguaggio. La svolta del paradigma dominante, dopo la crisi di sovrapproduzione e di saturazione del mercato all’indomani del ultimo boom del decennio successivo al dopoguerra, è stata di natura linguistica. La produzione, proprio come una battuta di spirito, diventa just-in-time e customer care e, dato il reengigneering tecnologico e informatico delle aziende, il lavoratore assolve principalmente a compiti di controllo e coordinamento e di gestione di flussi di informazione. Chi lavora media, è un medium, fra la macchina e il prodotto finito. E si badi: non importa tanto se a prodursi sono dei testi o qualsivoglia merce squisitamente simbolica, cruciale è, invece, il rinnovamento in seno alla produttività come tale.

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