Una bionda accesa non fa un uomo. Anzi sì…

sigaE, infatti, ne fumo una comunque. Avrebbe poco senso non farlo, quindi, le do fuoco. La sfilo, la sbatto capovolta sul palmo della sinistra e rullo la macchinetta. Al netto di una vita anemica, farsi una paglia significa solo questo. Tre minuti tre: esco dal gruppo, perché solo fuori si può fumare e mi guardo dentro. Farsi una sigaretta non ti riempie di merda soltanto: quando la tastiera non vuole saperne di battere parole e il foglio resta vergine, tre minuti tre riabilitano il discorso.
Le argomentazioni sulla ritualità del gesto si sprecano, abbondano le descrizioni sul profilo di una coazione a ripetere che insieme ti protegge e un po’ ti distrugge, ci si balocca pure con l’esegesi psicanalitica dell’essere rimasto ancorato alla fase orale del bimbo che tutto mette in bocca per soddisfare il proprio desiderio. Una bionda accesa fra le labbra non fa un uomo. Al massimo lo abbozza soltanto, lo ritaglia appena in quello spacco di tempo in cui il tabacco resta ancora vivo. Mi defilo, mi singolarizzo prima di rientrare in mezzo alla folla nei luoghi del divieto. Con la gola secca e una botta di catarro pronta a fuoriuscire, sono riassorbito dallo spazio del “noi”, carico di un “io” diverso da quello di prima e già sulla soglia della porta che dà sui dehors. È la versione cancerogena dell’andirivieni tracciato dalla routine dell’individuazione psichica e collettiva.

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