Saggio di regime post-rappresentativo

Fonte: giornalettismo.com

Fonte: giornalettismo.com

Volendo fornire una lettura disinteressata dell’esito del voto politico di una settimana fa e, dunque, dell’affermazione dei Cinque Stelle, allora è opportuno sposare l’approccio dei filosofi della storia. Cioè abbandonare il terreno degli analisti politici di professione e abbracciare categorie di pensiero più larghe. Nel mirino c’è un paradigma della vita associata, quello che fa capo alla democrazia rappresentativa. Questo sistema, nell’epoca del regime economico post-fordista, è messo alle corde e il pregio del M5S è di segnalarlo. Non importa quanto Grillo e Casaleggio e i loro follower siano consapevoli di ciò. Non è una questione di psicologia, semmai è sociologica. Mi pare che la questione stia nei termini in cui nel 1994 la descriveva Christian Marazzi nel libro Il posto dei calzini: «La prima conseguenza di questo cortocircuito [delle istituzioni classiche della democrazia rappresentativa] è la proliferazione di movimenti e partiti che si auto-legittimano a rappresentare la collettività sulla base di interessi e temi circoscritti». La democrazia rappresentativa cede sotto le trasformazioni che ricalibrano i modelli di produzione. La messa al lavoro dell’intelligenza generale, dell’informazione, della comunicazione, delle generiche risorse cognitive e linguistiche provoca l’inedita sovrapposizione del piano della produttività, ritenuta perlopiù afasica e strumentale, con il piano della prassi intersoggettiva, fin da subito loquace e socievole, dimora delle doti politiche, dell’uomo pubblico, del rappresentante. Da qui, gli scricchiolii del regime democratico ereditato dal fordismo che, evidentemente, non è più capace di contenere il reengignering post-fordista.

Christian Marazzi

Christian Marazzi

Leggiamo ancora Marazzi: «Il passaggio tipicamente partitico della rappresentanza degli interessi di categoria, di classe o di ceto, di gruppo sociale o etnico, sul piano della mediazione istituzionale, si presenta ab orgine sempre più difficile». E, infine: «Ognuno a tendenza a rappresentarsi da sé; l’apprendimento delle tecniche comunicative all’interno del processo lavorativo-produttivo sembra bastare per salvaguardare i propri interessi». Insomma, per dirla più grossolanamente: il panorama è quello in cui un prodotto storico, cioè la democrazia rappresentativa, sta mostrando segni di fine e abbiamo l’occasione, quasi fossimo un’avanguardia artistica, di rimodularla, di rinnovarla, tanto da renderla più corrispondente alle esigenze della realtà quotidiana dei lavoratori e degli studenti, della ricerca e delle imprese, dei pensionati e degli ammalati, dei gay e degli etero, delle coppie di fatto, dei disoccupati… della moltitudine contemporanea.

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5 thoughts on “Saggio di regime post-rappresentativo

  1. Io i recenti eventi politici li interpreto in senso diverso: la prassi individuale che diventa l’unico elemento di aggregazione, con la conseguente perdita di efficacia di qualsiasi strumento di mediazione (sempre intrinsecamente simbolico). E’ come se il “non verbale”, vincolato al contingente, mettesse al bando e condannasse a morte il “verbale”, libero e distanziato.

    • Sì capisco le teorie sull’individualismo e sul leaderismo, che come tali certamente mettono al bando il “verbale” perché il “verbale” non è soggettivo, è pubblico e basta. Ma a proposito degli ultimi eventi politici, queste letture non mi convincono più di tanto. Mi pare che non colgano il grosso della questione. Sebbene si può essere d’accordo sulla componente individualista del M5S, non credo che essa sia la caratteristica decisiva. O meglio, accanto a questa c’è, a differenza dei partiti tradizionalmente intesi, una componente inter-individuale generica e forte, “verbale”, centrifuga, insomma i “molti”…

  2. La realtà virtuale è l’ultimo rifugio della democrazia, il m5s ne è la prova…qui scomparirà la dicotomia pubblico-privato, poiché tutti i rapporti si sposteranno sul piano della rappresentazione – dell’apparenza (ed in apparenza aggiungerei…)…dopo questo periodo veramente dis-umanizzato – si è in realtà già stufi dell’uomo, ma non riusciamo a liberarcene attualmente – forse riscopriremo che il logos non appartiene ne all’uno ne ai molti, ma l’umanità -individualmente e collettivamente – risponde alla natura attraverso il linguaggio (musica-poesia ed enigma-silenzio nello stesso tempo)

    P.s. Ciao Angelo!

  3. Mi piace questa cosa per cui l’umanità risponde alla natura secondo il linguaggio. “Gli uomini non usano il linguaggio, vivono il linguaggio” dice Lo Piparo e io ci credo… Perché dici periodo dis-umanizzato?

    P.S. Ciao Luigi

    • perché privo dell’umanità intesa come capacità di provare qualsiasi sentimento. Saremo (saranno) tipo i vulcaniani di Star Trek insomma 🙂

      P.s. ho letto qualcosa di Lo Piparo, ho un bel ricordo dei suoi testi, però questa illuminazione mi è venuta leggendo “Le Muse” di W.F. Otto

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