Scolacium, chilometro romano sulla 106

Foto di Maria Merante

Foto di Maria Merante

La strada passa in mezzo e taglia in due la maxi-tenuta dei baroni Mazza: terreni a perdita d’occhio coltivati a uliveti, di cui 35 ettari ospitano quello che oggi è il parco archeologico di Scolacium. L’antica città romana alle porte di Catanzaro Lido è raccontata da Cassiodoro, suo ex residente illustre, che le assegna natali omerici. Si narra infatti che fu Ulisse, di ritorno da Troia, a fondare Skylletion, il presidio magno-greco a metà via fra Locri e Crotone. La polis però è silente sotto i resti della colonia repubblicana istituita da Caio Gracco alla fine del secondo secolo avanti Cristo. Parlano, invece, a cielo aperto le vestigia del foro, del teatro e dell’anfiteatro (unico esemplare di centro per spettacoli presente in Calabria capace di circa 20 mila posti a sedere), degli acquedotti, dei mausolei, delle terme, dei sepolcri… e anche della più tarda basilica normanna del XI secolo.

Particolare della Basilica

Particolare della basilica

È il solito stupefacente mix fra natura e storia che stordisce chiunque disponga dei fondamentali della sensibilità. Quindi, non parlerò dell’azzurro del cielo e del mare Jonio che tendono a confluire in un unico colore, non dirò del vento che spazza via gli appesantimenti della vita e ti lascia godere le bellezze che furono, né scriverò del sole e dell’odore vetusto dell’erba. Segnalo piuttosto che sì ha ragione il Fatto, in un pezzo del novembre 2012, a denunciare la possibilità del «progressivo abbandono» del sito a causa dell’«impalpabile valorizzazione turistica». Tuttavia, sono cose arcinote, e per ragioni non esclusivamente imputabili al Sud, l’incapacità e la difficoltà meridiana di fare rete. Non mi va, dunque, di aggravare le menate e, quindi, chi se ne frega che il parco non abbia un merchandising sviluppato, bar, libreria, souvenir eccetera. Chi se ne frega, fino a quando, comunque, Scolacium possa autogestirsi, facendo leva sul ciclo naturale del ricambio organico che garantisce alla città una forma ancora invidiabile.

Teatro

Teatro

Certo, qual è la posta in gioco: quella di scommettere sul parco, di destagionalizzarlo, di osare di più, di aprirlo sempre a maggiori fruitori. Magari dopo aver lavorato in modo tale da rendere più coerente la compresenza dei romani e dei baroni, dei segni di duemila anni fa e di quelli del tardo ottocento e novecento ancora visibili non tanto nei caseggiati dei Mazza ormai inglobati nel museo e negli uffici della sopraintendenza, ma quanto nei colombai e nei porcellai abbandonati.  

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