Riecco il giorno del giudizio

Tutto sommato, è l’archetipo che torna. Che per noi repubblicani è il rito officiato il 2 giugno 1946. Il giorno lungo del voto è sempre il giorno del giudizio. Esibisce ancora da capo quell’estetica dell’attesa che fu già esperita la prima volta in illo tempore. C’è la campagna, l’allestimento dei seggi, la partecipazione, quindi, l’aspettativa. L’esito del giudizio è la redenzione. Ogni volta, come avvenne all’inizio, è la ripetizione del medesimo paradigma, è la riproposizione del racconto che narra la venuta di una particolare forza messianica. Uguale lo schema, diverse le circostanze e i personaggi. E quanto più il risultato è incerto, tanto aumenta l’attesa, tanto crescono le chance, tanto più saranno i salvatori papabili. È la versione terrena, e se volete perfino volgare, della sacra tradizione religiosa ebraica. Che, tuttavia, si lascia secolarizzare, fornendoci buoni strumenti di analisi politica. La parola ‘messia’ è greve, pesante, è una parola ingombrante. Si adatta all’attuale momento storico italiano solamente nella misura in cui il prossimo Governo rilegga le macerie del passato ed emancipi il Paese dalla catastrofe. Altrimenti, non solo il diagramma generale dell’ultimo giorno sarà il medesimo di sempre, ma anche il verdetto lo sarà, triste come negli ultimi vent’anni.

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