Sud e lavoro: sprovincializziamoci

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Badate: non voglio leggere questo film, diretto da Alessandra Mallamo con la supervisione tecnica di Gianluca Nesci, come l’ennesima testimonianza del “buon selvaggio” della provincia del Sud. Mi rifiuto. Il corto, di cui è stato diffuso il trailer in attesa di ultimare la postproduzione, è un documentario che si dà all’attenzione extraregionale perché ragiona su un’ipotesi priva di un radicamento preciso. Se sia mai possibile fare i conti con un tipo di lavoro che non produca merci e schiene curvate e cervelli stressati, ma che contribuisca al sostentamento generale delle vite senza infiacchirle. La Calabria che viene fuori dal video è un mezzo per raccontare questa idea, non è essa stessa l’idea. L’idea, cioè, non s’identifica, semplicemente, con i confini territoriali, ma li travalica. Oltre lo Stretto e oltre il Pollino. Altra cosa è l’esemplare concretizzazione dell’idea esibita dalla carrellata di esperienze professionali calabresi impresse sulla pellicola.

Il film è stato girato grazie ai fondi stanziati dall’Agenzia nazionale Giovani nell’ambito del programma “Gioventù in azione”. Il suggerimento che Alessandra e Gianluca mi danno va nella direzione di una narrazione sprovincializzata del Sud. Pensare il Sud e nel Sud per cogliere aspetti di portata più larga. Ed è proprio nella provincia del lavoro salariato che loro hanno provato a pensare all’alternativa. Proprio là dove, stando alla mappa della divisione della ricchezza e del potere, il lavoro secondo tradizione capitalista si è mostrato debole fin da subito, viene da scervellarsi su un’opzione diversa da quella dominante.

Il film è accompagnato da un libretto curato da me (Lavoro e cultura. Se non mercificare i saperi si può, editing Capselling), che raccoglie tre interviste più due contributi. Le conversazioni hanno interessato Marco Revelli, Domenico Gattuso e Adriano Piccardi. Gli altri due articoli sono a firma di Maria Merante e Maria Giorgia Vitale.

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4 thoughts on “Sud e lavoro: sprovincializziamoci

  1. SPERIAMO CHE QUALCUNO SI RICORDA VERAMENTE DEI GIOVANI LAUREATI E NON . CHE NON HANNO UN LAVORO. E DOPO AVER STUDIATO DEVONO VIVERE SULLE SPALLE DEI POVERI GENITORI . MENTRE IN ITALIA CI SONO PROFESSIONISTI CHE HANNO DUE O TRE INCARICHI………………….OLTRE AGLI STIPENDI DEI NOSTRI POLITICI…C
    HE VERGOGNA…………………………..

  2. Grazie Angelo, la tua analisi è davvero interessante e penso colga bene il significato, o meglio lo spirito con cui abbiamo intrapresoquesto percorso. L’idea di un lavoro che non inficchiasce ma che rivitalizza la vita è davvero preziosa. 🙂

    • Grazie a te Ale, sono convinto che sia un dato decisivo. E già immaginare l’idea è un modo per emanciparsi e per vivere la realtà in maniera distaccata. Quasi ironica. Certo, ciò non toglie che i conti con il lavoro reale che c’è ora devi pur farli, per campare, ma è prezioso disporre di validi anticorpi…

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