Tele-Imu, soddisfatti o rimborsati

L'Imu di Arcore

La tassa di Arcore

Letteralmente risarciti. Così Silvio Berlusconi conferma la sua abitudine di parlare con termini merceologici. Perché l’ultima uscita del Cav., oltre a essere l’ennesima boutade sensazionalista e propagandista, è il marchio del divenire politico dell’imprenditore. La rincorsa del pidiellino al Palazzo è un esercizio di tele-marketing, ancor più raffinato delle solite vendite a distanza operate dai Mastrotta del mestiere. Qui, infatti, si tratta di un risarcimento per danni, per una cosa, l’Imu, che prima si credeva fosse buona e funzionale, poi si è visto essere marcia, rotta, scassata. Dunque, se non sei soddisfatto, ti rimborso. È questa la promessa del commerciante, del battitore d’asta. Ora, lasciando da parte i discorsi relativi al minuetto delle tasse, al sì o al no, all’innalzamento o all’abbassamento delle imposte, vorrei però segnalare un aspetto. Cioè: l’argomento fisco non può essere ridotto alla contrapposizione A vs. non-A. Deve esserci una terza via. Se il problema è quello di recuperare credito, danari, allora oltre il principio di non contraddizione, esiste il progetto politico, il programma, la scelta su come gestire i soldi: in primis, il modo in cui spenderli, per esempio se nell’industria militare oppure no. Ma va bene. L’ordine del giorno è sullo scambio Imu-voti. E sulla permuta Berlusconi si dimostra maestro. Gli anni che stiamo vivendo sono segnati da quella che Christian Marazzi, fine economista-filosofo della Supsi di Lugano, chiama “svolta linguistica dell’economia”. Vi è modo di ritenere, infatti, che la novità concreta dell’epoca contemporanea, letta secondo l’etichetta post-fordista, sia l’ingresso delle generiche competenze linguistiche e cognitive nella produzione delle merci. A differenza della creazione muscolare muta della catena, oggi conta sempre di più lo stress psicolinguistico, la capacità di fare cose monitorando terminali, gestendo informazioni, misurandosi con relazioni di simboli e persone, insomma, per sbrigarci, la dimestichezza di fare cose parlando. Da qui, il divenire linguistico del lavoro e, quindi, «l’imprenditore, proprio in quanto tale, si fa politico» (Marazzi, Il posto dei Calzini).

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