Tornatore, il nano e il falso d’autore

L’ultimo film del regista di Bagheria, ormai in sala da un mese, è un tentativo di sprovincializzare il suo lavoro pregresso. Al netto delle critiche negative, a me che non sono uno scienziato del cinema, la prova è piaciuta. E sono due gli aspetti che voglio segnalare. Il primo è un dato specifico, un elemento proprio della pellicola, si direbbe un aspetto diegetico; il secondo individua l’argomento generale cui Tornatore tende, il tema su cui La migliore offerta si staglia. L’uno è il personaggio dell’automa, l’altro è l’argomento del falso.

1. L’umanoide stile Jaques de Vaucanson, inventore francese del ‘700, è la molla dell’intera storia. È la concretizzazione meccanica della situazione in cui si trova il protagonista, che da un lato sente la necessità di un accesso ai piaceri della vita, amore e donne in carne e ossa quindi non solo ritratte nei quadri, e dall’altro è incarnazione di un inganno, di un sortilegio cui lui stesso fino all’ultimo, ignaro, tiene il gioco. Ora, l’automa del film strizza l’occhio a tutta un’intera tradizione culturale, letteraria e cinematografica, sui Frankenstein. L’occhiolino lo fa anche a un celebre passo di un testo più volte citato su questo blog, preso dalla prima tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin. La filosofia dell’ebreo berlinese prende le mosse proprio da una metafora centrata sull’aggeggio automatico inventato da un barone transilvano, Wolfgang von Kemplen, e poi finito nelle mani di uno spregiudicato impresario austriaco, Johann Nepomuk Maelzel. Le gesta del giocatore di scacchi di Maelzel, appunto, furono raccontate da Edgar Allan Poe, da cui Benjamin prende lo spunto. Insomma, proprio come quello di Tornatore, l’automa della storia del filosofo berlinese è tutto sommato un falso robot perché sia l’uno che l’altro sono manovrati da un nano. Nelle Tesi, il manichino sta per un materialismo storico che sottomette a sé la teologia ebraica secolarizzata, vista proprio come un mezzo uomo piccolo e brutto. Nel film, però, gli ingranaggi saltano tutti quanti fuori e sono tutti combacianti e, dunque, il burattino non ha più bisogno del nano e diventa pienamente autonomo. Davvero un simulatore.

2. La vicenda è quella di un falso d’autore, con tanto di firma, prima dei titoli di coda, sicché il vecchio Virgil (mister Oldman) può rendersi conto di chi l’ha tradito. Lui stesso è uno dedito alla frode, un battitore d’asta che, in combutta con l’amico che poi lo “accoltellerà alle spalle”, raggira i compratori di opere, acquistandole a prezzi ribassati. Del resto, l’arte è un grande falso, le produzioni artistiche sono tali per non essere la realtà, per godere di una non corrispondenza con le cose del mondo, elemento su cui Magritte ha puntato durante la propria carriera. Quindi, è il non vero l’argomento cardine dell’offerta di Tornatore, questo falso che tiene in ansia pensatori e intellettuali di ogni epoca a ogni latitudine. Come distinguere i valori eziologici, chi mente e chi no, che cosa è e che cosa non è. È l’enigma di logici e artisti a vario titolo, che, a valle di qualsivoglia interpretazione, mostra un fatto. Eccolo: il falso, la menzogna, dire che non è ciò che in realtà è, sono aspetti specifici della condotta umana, che mai aderisce perfettamente a uno stato di cose, ma lascia sempre un margine, una possibilità di sovvertire l’ordine del discorso, di pervertirlo.

P.S. Che poi in Tornatore il nano c’è eccome. Si chiama Claire, è autistica e sta tutto il giorno seduta al bar di fronte alla sua villa. È lei la prima a svelare il trucco: la vera titolare della casa-museo, data in affitto a una sedicente troup cinematografica. La Claire agarofobica di cui s’innamora il vecchio semplicemente non esiste.

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