Giornalismo e mondo: il gap fra parole e cose

Qualcuno fin troppo sprovveduto potrebbe già obiettare sul titolo. Si dirà che chi scrive fotografa la realtà, la riproduce, quasi la scrittura fosse un’attività mimetica rispetto a ciò che sta là fuori. Non è così. E, vi prego, non perché la penna sia maliziosa e desideri trasfigurare il racconto, falsificarlo, annullare l’originario rapporto di corrispondenza fra parole e cose. Il giornalismo non è il mondo perché il linguaggio non è ciò di cui dice.

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Mi spiego. Il nostro parlare, entro cui occorre collocare la testualità scritta, non disponde di un catalogo di segni correlati con un fatto, una cosa, un significato chiaro e distinto, individuato così e così una volta per tutte. E’ la vita arbitraria delle parole, che non sono costrette a significare alcunché. L’aveva detto bene Saussurre ai suoi allievi, durante i Cours ginevrini. Rimanendo terra terra, non esiste alcuna legge naturale e necessaria che assegni alla paroletta ‘cane’ il senso di animale quadrupede amico dell’uomo o all’astratto ‘babbo natale’ (non me ne vogliano i bimbi) il valore di un personaggio leggendario, impalpabile, calibrato oggi dentro l’ordine del discorso consumistico. Insomma, il linguaggio non serve a descrivere la realtà così com’è. Con le parole noi interpretiamo il mondo, gli diamo un taglio, lo creiamo. Il linguaggio è soprattutto dynamis, capacità, potenza loquace e si concretizza in atti performativi. Fare cose con le parole, non semplicemente riportarle su un taccuino. Fin qui, la filosofia. Ma, badate, le larghe categorie del pensiero speculativo sono utili a capire l’angustia di un singolo settore. Dunque, il giornalismo, che è un modo di dire e scrivere e raccontare del panorma tutt’attorno, lungi dall’essere scambiato con una prassi finalizzata a ritagliare un pezzo di realtà vera. Le colonne parlano dei fatti, lo fanno sulla base di fonti e documenti, ma non sono quei fatti. E proprio perché non lo sono, la posta in gioco per un bravo giornalista è tenere a bada il gap fra parole e cose. Evitando di impelagarsi in questioni eziologiche (verità assoluta vs. falsità indecente), ma considerando l’opportunità di buttare giù un testo coeso grammaticalmente e coerente con l’argomento su cui verte. Il resto è la felicità dell’atto (cfr. John Langshaw Austin).

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2 thoughts on “Giornalismo e mondo: il gap fra parole e cose

  1. A sai longa tu Nizza! Questo discorso che condivido non giustifica “voi” giornalisti, ma anzi avvalora la tesi opposta di un buon conservatore reazionario come me, quando fate violenza alla nobile lingua italiana con neologismi evitabili e solecismi fastidiosamente esterofili. Pensavo al caso emblematico di un termine del gergo giovanile quale “raghi”, termine che tanto ti ha fatto penare (e dico “penare”, da cui “pene”).
    Ti voglio bene e ti stimo(lo) mio caro Red Passion,
    Macro.

    PS: Il “gap”? Che parola orrenda.

    • Sempre potenti i tuoi commenti caro Macro. Dico solo che preferisco non essere un giornalista con le virgolette, uno di quelli che tu detesti perchè violentano la lingua e vanno in fissa se non trovano la notizia da scrivere a tutti i costi. Sulla lingua, però, non facciamola diventare un feticcio. Quindi, sì, dico ‘gap’

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