Il cibo è l’angoscia delle mamme

Sì proprio così si sono dette due amiche mamme. Era quasi l’ora di pranzo e il discorso verteva sul “mangiare”, su che cosa cucinare. L’argomento pesa al punto da angosciare le cuoche, perché stare ai fornelli è vissuto alla stregua di un dovere, di un obbligo, di un lavoro. E vi prego: non è la storia melodrammatica della signora vittima del marito-padrone. Anche le mogli professioniste ed emancipate si fanno prendere dall’ansia da spaghetto. Il denominatore comune? Donne del Sud, che sebbene si aprano al mondo non riescono a smettere i panni delle femmine ancorate alla terra, al sole, alla famiglia, alla casa, ai figli, al sostentamento dell’ambiente domestico.

Un americano a Roma

Un americano a Roma

L’angoscia nei confronti del cibo anestetizza il desiderio e il senso di felicità che può raggiungersi mangiando. Perché dare di forchetta non è un’attività finalizzata solamente a mantenersi in vita. Cucinare e sedersi a tavola sono gli ingredienti di un rito, di un’abitudine tipicamente umana che sì riproduce l’esistenza, ma non è un’operazione strumentale come accade nel resto del regno animale. Maneggiare padelle, farsi un piatto di pasta, bere vino: tutta roba esonerata da uno scopo immediato, che si colora di arte e sentimento e conviavialità… se solo non ci si facesse prendere da inutili colpi al cuore!

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